COME TI CONVINCO DI ESSERE UNA MIA LOCALITÀ. I MEDIA DI STATO E LA SARDEGNA

La località per il moderno stato nazionale è un sito dedicato alla nostalgia, a celebrazioni e commemorazioni funzionali al modello nazionale” (Arjun Appadurai, 1995).

Ieri sulla RAI ho visto la puntata di Linea Bianca dedicata alla Sardegna, e al Gennargentu in particolare. Bellissime immagini dei nostri paesaggi mozzafiato, storie di donne e uomini che fanno economia e società meritevoli di essere conosciute.
Il tutto però rivestito da una narrazione improntata al ritrovamento dell’autentico e del primigenio, forme “bizzarre” di un’italianità letteralmente sbandierata attraverso gli oggetti, prima ancora che le parole.
Apice simbolico di questa dinamica: l’apposizione del tricolore sulla cima di Punta La Marmora, come nella più classica spedizione alla conquista di cime esotiche. Perdas Crapìas – questo il nome in sardo prima che La Marmora “scoprisse” ciò che i sardi conoscevano da millenni – si è ribellata: i nuovi scopritori, per fortuna, sono stati recuperati in elicottero prima che la burrasca li travolgesse.
Insomma, la solita volontà di trovare un posto al “locale” dentro la “globalità” italiana, oppure di imporla amarolla ad un oggetto talmente recalcitrante che gli stessi conduttori non smettevano di renderne palese la diversità dicendo “questa terra è…” nello stesso modo con cui si descrive ad un amico in videochiamata l’altrove in cui si è andati in vacanza e si sta scoprendo ammaliati.

Di questa tensione contradditoria fra narcisismi vive il rapporto fra lo Stato (con i suoi media pronti a “fare la nazione”) e la località (con la sua diversità che si perpetua oscuramente): il locale si sente finalmente riconosciuto dal globale, forse persino magnificato per la sua capacità di aver conservato il tradizionale al punto da diventare avanguardia economico-ecologica, il globale sente la sua coscienza finalmente pulita per aver trovato un posto a quella diversità e averla messa a frutto per fortificare il suo modello nazionale.

Siamo un passo oltre il passaggio di Arjun Appadurai dedicato alle politiche della tradizione, del locale, della nostalgia per l’autentico che lo Stato ha storicamente messo in scena per addomesticare, per dare il contentino, ai diversi, alle minoranze interne nel tentativo di nazionalizzarli altrimenti, nella speranza che dimentichino di essere nazioni altre.
Un tempo queste trasmissioni nutrivano lo sguardo nostalgico del “come eravamo”, momento statalmente legittimato di celebrazione del passato che i locali stavano abbandonando. Ora nutrono il senso narcisistico del locale, che nello specchio offertogli dai media di stato si pensa laboratorio di buone pratiche future: il locale che con la sua diversità, misto di saperi antichi e innesti moderni, indica la via allo statal-nazionale.
Meccanismo paradossale, luogo di quella ambivalenza fondante dei rapporti di subalternità che gli studi culturali ci hanno aiutato ad apprezzare: difficile infatti dire fin dove la diversità fra lo Stato e il locale venga veramente addomesticata e fin dove invece venga riprodotta, sebbene in forma involontaria.
Certo, la narrazione non smette di tessere relazioni, una trama di connessioni e sconnessioni funzionali alla costruzione di un comune riconoscimento d’italianità.
Emblematico, in tal senso, il lungo passaggio dedicato al rapporto fra il Gennargentu e le Alpi, rafforzato dal montaggio e dalla comparazione fra i luoghi. Da qui l’idea del Gennargentu come “nonno delle Alpi”. Tentativo, partendo da un dato geologico bruto, di inserire il Gennargentu nella geografia dell’italianità. E al contempo modo per dimenticare che le Alpi non sono solo italiane.
Il che farebbe del Gennargentu più che un vecchio italiano, un nonno europeo….Dall’altro, davanti al racconto del disboscamento di questo “nonno” la connessione italica sparisce…guarda caso…lì si passa all’impersonale (“i boschi sono stati tagliati per fare traversine per le ferrovie”, recita più o meno il conduttore) ma non si capisce bene chi è li ha tagliati i boschi del Gennargentu e per fare quali ferrovie.
Il sardo distratto potrebbe persino pensar che siano stati i suoi antenati a disboscare per farsi le ferrovie. Se non fosse che se avesse un minimo di lucidità gli verrebbe da chiedersi: possibile che per fare le misere ferrovie che ci ritroviamo abbiamo dovuto tagliare tutti questi boschi?!

Insomma, lo Stato e le sue narrazioni si comportano così, anche in buona fede: se glielo si lascia fare sono capaci di “nazionalizzare” tutto dal loro punto di vista (e di snazionalizzare tutto dal nostro, evidentemente).
Già s’intravvede, ad esempio, un tentativo d’italianizzazione dei nuraghi, vuoi anche in vista del riconoscimento Unesco. Ma questa è un’altra storia, con altre ambivalenze, che merita di essere discussa a parte. Resta il fatto che si esiste solo attraverso i racconti. E se ci si fa raccontare dagli altri, se non ci si racconta da sé (e bene!) si rischia di esistere a metà. Quando va bene.

Franciscu Sedda

Un’altra (s)volta? Riflessioni sull’indipendentismo che teme l’indipendenza

di Enrico Cocco

Da qualche parte, un po’ di tempo fa, ho letto questa divertente frase sul concetto di luogo comune:
Chang, il mio collega cinese mi ripete sempre due cose: il nostro mondo soffre di cliché e lui non si chiama Chang.”
La frase mi è tornata in mente ieri mattina, mentre a colazione sfogliavo distrattamente una copia de L’Unione Sarda: a pagina 49 l’intervento dal titolo “Indipendentismo e nuove sfide” attirava tutta la mia, sonnolenta, attenzione.
L’incipit è degno di un romanzo del conte Tolstoj: “Riflettendo con trasporto emozionale, spesso si è portati a pensare che le rivendicazioni indipendentiste debbano passare per uno scontro violento, fisico, totale con chi nega i presupposti di autodeterminazione”. Ora non so se il mio di trasporto emozionale sia difettoso, ma se c’è una cosa che mi risulta chiara negli ultimi 20 anni di elaborazione culturale e politica dell’indipendentismo sardo è l’esatto rigetto di qualsivoglia forma di violenza.

È sufficiente fare un giro tra gli scaffali di una libreria, una lettura dei blog online, una scartabellata degli archivi dei quotidiani per demolire il trito cliché del balente in passamontagna, buono giusto per una picchettata con turisti attorno allo spiedo.
Posso garantire per tutti? No di certo. Non so se in qualche tanca, nottetempo, protetta da una fitta coltre di nebbia, ci sia una brigata feltrinelli che si allena nell’arte della guerriglia, nel corpo a corpo, infilzando con la virga sardisca sagome di cartone della giunta attualmente in carica. Tenderei ad escluderlo, anche perché nella lotta libera la prossimità dei corpi esporrebbe ad un contagio decisamente nefasto per gli obiettivi rivoluzionari. Né, più seriamente, possiamo ritenere che le decine di migliaia di sardi che hanno votato e continuano votare per la famosa “galassia indipendentista” siano in attesa della parola d’ordine, chessò “simonmossa”, pronti a sgozzare il vicino “unionista” e lanciarsi all’assalto di qualche palazzo d’inverno.L’articolo proseguiva poi in analisi e prospettive di cui mi permetto di segnalare alcuni passaggi:
La battaglia indipendentista deve cambiare metodi e lessico, obiettivi e sostanza poiché vi è da creare il popolo sardo prima di creare altre entità statuali.” Quantomeno bizzarra questa battaglia indipendentista indifferente all’idea della creazione di una nuova entità statuale; una sorta di indipendentismo senza indipendenza, con l’obiettivo peraltro di “creare il popolo sardo” immagino indifferente all’attuale cornice istituzionale, che per un indipendentista suggerisco debba essere IL problema strutturale primo e fondamentale;
Difendere la natura dalla speculazione interna e esterna è sfida indipendentista; preservare e tramandare tradizioni, storia, cultura, arte, lingua e dare a tutte queste dignità, visibilità attrattiva, capacità di confronto col resto del mondo, è sfida indipendentista; parlare differenti idiomi a seconda delle diverse regionalità sarde, pur sentendosi compartecipi di un destino comune, è sfida indipendentista”.
Tutto questo, sacrosanto, non è una battaglia indipendentista, è una battaglia dei sardi tout court (o dovrebbe esserlo): che peraltro sono molto più attenti, presenti e combattivi anche grazie a tante esperienze locali e na(t)zionali di attivismo indipendentista, che consentono di non dubitare in alcun modo circa la chiarezza nell’opposizione a speculatori, affaristi, sfruttatori di persone, suolo e perfino cultura.
“Manifestare un marcato decisionismo politico – amministrativo, pur nella cornice legislativa dello Stato Italiano, al fine di un incremento di garanzie e opportunità per la comunità sarda, è sfida indipendentista”.
Eh no, mi permetto, questo no.
Questo non è altro che il riassunto di settantadue anni di regione autonoma, dell’autonomismo “si ma anche”, del non possiamo farcela da soli, del non esageriamo che la gente si spaventa. Un menu – che a vedere dati di ricchezza, emigrazione, disoccupazione – risulta essere ancora oggi più che indigesto. Perché la cornice legislativa non è un dettaglio: è libertà, è possibilità, è potenzialità.
Non c’è bisogno di nuove sfide per immaginare noi stessi: è sufficiente parlare con chiarezza, senza tatticismi, omissioni, formulazioni equivoche. I sardi ascolteranno e capiranno.

Enrico Cocco

La paura di esistere

Diciamocelo, anche se ferisce il nostro orgoglio, l’immagine di scaltro pragmatismo e fierezza identitaria in cui ci piace specchiarci: se fosse per un fatto di convenienza l’appartenenza dei sardi all’Italia sarebbe finita da un pezzo.
La vicenda del Recovery Fund lo dimostra ancora una volta. L’ennesima volta. Non c’è convenienza.
Se fosse stato per convenienza questa storia italiana della Sardegna forse non sarebbe nemmeno cominciata. All’indomani della “Perfetta fusione” del 1848 fra la Sardegna e gli Stati di terraferma gli orgogliosissimi sardi che l’avevano entusiasticamente voluta si accorsero che dal punto di vista economico, produttivo, fiscale era un disastro, una iattura. Il desiderio di fondersi, dissero, fu “una follia”. Eppure, nonostante l’evidenza che “non conveniva”, che anzi era una fregatura, questi sardi non fecero retromarcia, non tentarono di fare ammenda con se stessi e la loro terra. Diciamocelo: non è la convenienza che ci tiene avvinghiati all’Italia ma la paura. Perché la verità è che siamo un popolo timoroso. Forse non lo sono stati i sardi di altri tempi ma lo siamo noi di oggi. Forse non lo eravamo ma lo siamo divenuti.


Lo aveva ben capito Sergio Atzeni che non a caso fece iniziare “Passavamo sulla terra leggeri”, l’epica dei s’ard, con un’autoanalisi individuale (ma in realtà collettiva) di un’onestà struggente, fulminante: “Non sapevo nulla della vita. Antonio Setzu raccontò la storia e quel che seppi era troppo, era pesante, immaginarlo e pensarlo mi metteva paura dell’uomo, del mondo e della morte. Dimenticai per trentaquattro anni…”. Abbiamo paura della nostra storia. Abbiamo paura di noi stessi.
Abbiamo paura di non farcela, abbiamo paura di non essere capaci, abbiamo paura di non aver nulla da raccontare, abbiamo paura di non piacere più, abbiamo paura che nessuno ci riconosca nel mondo, abbiamo paura di non avere più nessuno che ci dia una pacca sulla spalla quando dimostriamo più fedeltà agli altri che a noi stessi: “Eh…voi sardi…chi l’avrebbe detto: con quell’accento strano quelli che parlano meglio l’italiano, così diversi ma con così tanti presidenti della Repubblica, così banditi ma così ospitali, così esotici e così di successo nelle classifiche editoriali, televisive, social nazionali…”.
E noi, la maggior parte di noi, orgogliosi e integrati.
No, non è la convenienza a tenerci avvinghiati.
Né sarà un puro ragionamento sulla “non convenienza” di restare in Italia che ci libererà.
Il nostro problema non è economico, come amiamo raccontarci quasi per giustificarci con la parte di coscienza che ancora ci resta e che fastidiosamente ci interpella. Il nostro problema è emotivo: è la paura.
È la paura di non valere che tiene a coltura la sfiducia in noi stessi, è la paura di ammettere di aver sbagliato che impedisce di cambiare, è la paura di fallire che impedisce persino di provarci; è la paura di non trovare lavoro che alimenta il clientelismo, è la paura del sacrificio che alimenta la pigrizia, è la paura di rischiare che alimenta la ricerca di piccole rendite; è la paura di non piacere a chi arriva da fuori che fomenta il provincialismo, è la paura di non essere ammessi nei giri “nazionali” che nutre il camaleontismo o l’esotismo, è la paura di essere giudicati come cattivi o ingrati che nutre uno stucchevole costituzionalismo, è la paura di passare per chiusi e retrogradi che fomenta un italico nazionalismo; è la paura di trovarsi soli a combattere contro i mulini a vento che spinge a non esporsi, è la paura di venir delusi che porta a non dar fiducia e non impegnarsi, è la paura di apparire deboli che non fa né chiudere scusa né perdonare, è la paura di dare e avere fastidio che impedisce di dialogare onestamente, è la paura di apparire disuniti che non fa mai entrare nel merito del perché e del come si può essere uniti. A ognuno la sua paura.
Ma se questa paura è così potente, se siamo divenuti così paurosi, non è per un puro dato materiale.
Se fosse per i tassi di povertà, disoccupazione, denatalità, emigrazione, avremmo già dovuto fare l’indipendenza. No, è un’intelaiatura di rituali, di storie, di simboli che alimenta il senso del nostro non valere nulla, non potercela fare, non essere nessuno. Il nostro non esistere o non poter esistere come nazione indipendente. E non pensate che qualche sfogo ogni tanto, qualche post a dichiarare che siamo i migliori del mondo, gli inventori di tutto, con il mare più bello, cambi la sostanza.
No, questa è solo l’altra faccia della paura: come l’animale che messo all’angolo ringhia o si dà un tono sperando di non essere azzannato definitivamente. No, se vogliamo disperdere la paura bisogna crescere in cultura, impegno, onestà, rispetto, inventiva, sacrificio e tanto tanto altro.
Ma soprattutto bisogna cambiare rituali, storie, simboli. Per costruire una nuova intelaiatura, per ridare una trama a questa nostra terra in frantumi e un senso collettivo alle nostre vite disperse. Perché ciò che facciamo sia finalmente e davvero nostro. Sia per darci coraggio e fiducia e entusiasmo. È l’unica cosa che ci conviene fare. Se ci interessano davvero, come sardi e per i sardi, la prosperità, la giustizia, la libertà.

A innantis!
Franciscu Sedda

← Back

Il messaggio è stato inviato

Attenzione
Attenzione
Attenzione
Attenzione

Attenzione!

Come ne usciamo? Ipotesi tragicomiche sul nostro futuro…

“Come ne usciamo?” è la domanda più ricorrente in questi giorni. Come si ritorna ad una presunta normalità, o meglio come ci si affaccia alla “nuova” normalità, in che tempi, in che modi: questo ci si chiede nell’intimità dei domicili coatti e nelle stanze istituzionali deputate a prendere decisioni.
Molto del discorso ruota intorno al virus, a sue eventuali mutazioni, alla presunta contagiosità dei malati, al grado di reazione degli anticorpi, alla durata più o meno lunga dell’immunità sviluppata da chi ha sofferto la malattia, nelle sue manifestazioni gravi o innocue.
Dovranno cambiare abitudini, diventeranno prassi distanze, separazioni, cautele. Ci sentiremo più a nostro agio in stanze piene, in un teatro tutto esaurito, tra la folla sudata di un concerto? Quando incontreremo nuovamente parenti ed amici, non proveremo un po’ di vergogna nell’essere nel dubbio se stringere una mano o dare un bacio?
Sembra poi esserci un elemento interessante che si scorge all’orizzonte, un qualcosa che va a sovvertire ulteriormente una matassa parecchio ingarbugliata: ci si potrà fidare dei sani?
Abbiamo trascorso le settimane ad individuare malati o portatori con pochi sintomi, istituendo quarantene, ospedali da campo ad hoc, reparti di terapia intensiva alla bisogna. Abbiamo chiaro, spero, un quadro esatto della patologia: come si manifesta, che decorso generalmente sviluppa, quale strumenti ho per identificarla. E, meno male, nel consueto bollettino quotidiano vediamo aumentare esponenzialmente i guariti, coloro che hanno sofferto e ce l’hanno fatta. Bentornati alla vita: anche loro sono cambiati, non sono gli stessi di prima, sia intimamente che nella considerazione sociale. Forse verrà fatta l’Associazione Nazionale Reduci del Covid19, chissà, probabilmente per qualche settimana verranno tenuti a debita e prudente distanza da condomini e parenti. Finché la scienza non certificherà la loro non contagiosità e soprattutto la loro immunità. Una sorta di risarcimento biologico, la natura riconosce l’onore delle armi: eri ad un passo dalla tomba, sei il futuro dell’umanità.
Perché ora, per assurdo, il problema sembra in capo a chi questo flagello se l’è scampato. Non ha avuto il coronavirus? Uhm, male, aspetti qua, faccia quella fila, firmi quel modulo, mi lasci il suo numero. Lei sano vorrebbe gironzolare per le strade, gozzovigliare in ristorante, aggirarsi per il banco verdure al supermercato? Non lo ha un parente ex malato? Un già covid da mandare al posto suo?
Ci sarà un app che al primo focolaio ci avvertirà di scappare in casa, come sotto le bombe dei nemici, mentre la contraerea degli ex ventilati girerà indisturbata per la città. Lasci fare a noi, lei non ha idea caro il mio sano. Dicevano così anche i nostri caduti: ma figurarsi, è un’influenza. E poi mi scusi, chi è che dice che lei è sano? No guardi, lei è attualmente sano (o, in realtà potenzialmente malato, ma il politically correct si sarà già adeguato), il che però sa, nulla ci dice che domani, tra una settimana, non che gliela voglia tirare ma… non si sa mai…diceva così anche uno che conoscevo…poveraccio…
Se ne farà una rendita politica? Vota il “Movimento Eroi del Corona”! Eleggi il candidato della lista “Virus? Già fatto!”. Basta con le chiacchiere, Prima gli Immuni!
E qualunque critica, qualunque malumore, qualunque borbottio verrebbe peraltro derubricato in vergognoso insulto verso chi ha sofferto, verso chi si è trovato un tubo in trachea. Con quale faccia potremmo accusare di egoismo, di prevaricazione, di violenza noi poveri sani che abbiamo trascorso un mese a casa tra yoga online, video ricette per panificare in casa ed aperitivi via skype con gli amici di sempre?
Ammalatevi cari miei. Poi ne riparliamo.

Enrico Cocco enricococco@hotmail.com

Da Alisarda a Meridiana a AirItaly. Il destino nel nome.

Di Franciscu Sedda, L’Unione sarda 14 febbraio 2020

Da Alisarda a Meridiana a Air Italy. C’è nella parabola dei nomi il destino di una crisi, che trova conferma nelle motivazioni che il management ha esposto nel momento della messa in liquidazione della compagnia, dovuta fra l’altro al “peggioramento dopo il rebranding di Meridiana in Air Italy”.

Certo, troppo semplice legare la drammatica crisi di Air Italy e dei suoi lavoratori al solo venir meno della “magia della nominazione”, ma colpevole anche non tenerne conto. La parabola che dal 1963, data di nascita di Alisarda, porta ai giorni nostri parla infatti dello smarrimento del senso di un’azienda. O se si preferisce, della perdita di quello strano miscuglio di radici e aspirazioni che ancora oggi, nonostante le logiche del mercato, sono necessarie (anche se non sempre sufficienti) alla buona riuscita di un’impresa. Non sono del resto i brand attori capaci di muovere vite, affetti, ricchezze?

È circolata in queste ore un’immagine a molti sconosciuta. Si tratta di Ringo Starr che alla fine degli anni ’60 scende dall’aereo Alisarda, con il nome “Costa Smeralda” ben in evidenza, che aveva portato lui e altri Beatles in vacanza in Sardegna. L’immagine condensa bene la questione. Nel momento in cui il turismo di massa faceva della Sardegna una delle grandi utopie contemporanee, in cui il jet set (e non solo) eleggeva la Costa Smeralda a suo ritrovo necessario, in cui le immateriali logiche del capitalismo facevano delle narrazioni e dei brand una delle poche materie prime capaci di produrre arricchimento, la Sardegna, il riferimento alla sardità, all’isola-utopia, spariva via via dal nome della compagnia.

Si dice che le logiche capitalistiche contemporanee scollegano la proprietà dal territorio delle aziende, creando così una ferita nella responsabilità sociale dell’impresa, aprendo la via a delocalizzazioni come quella tentata da Air Italy su Malpensa. Ma non sempre funziona. Cosa sarebbe l’Ichnusa senza il suo aggancio alla Sardegna? Cosa sarebbero alcuni club di calcio italiani, oggi acquistati da imprenditori cinesi, una volta delocalizzati, staccati da uno spazio, una storia, una serie di investimenti affettivi collettivi? Sarebbero nulla, perderebbero il loro stesso valore, quello che li rende appetibili per chi vi investe e per chi vuole usufruire dei loro servizi, di chi vuole farne esperienza, magari perfino sopravvalutando l’effetto che il “nome” ha sulla cosa in sé.

Si dirà che per una compagnia aerea è diverso. Che non è una birra né una squadra di calcio, perché quando funziona vola ben al di là del luogo che porta nel nome. Ma se Air Malta può portarmi da Roma ad Atene è perché ha espanso, non staccato, il suo raggio d’azione da Malta. Difficilmente potrebbe avvenire l’inverso. Ma se ciò non bastasse si dovrebbe tornare al punto: ovvero la stretta correlazione fra quella che fu Alisarda e non solo la mobilità in uscita dei sardi ma la sua funzione in ingresso, il suo stretto collegamento con l’industria turistica sarda, oggi giustamente preoccupata dalla situazione dei trasporti. Lo aveva intuito l’Aga Khan, oggi lo fa Ryanair, che trasforma luoghi impensati in turistici solo perché lì ci fa atterrare.

Da poco Bepi Vigna raccontava in pubblico di essere stato accolto alle Baleari come famoso sceneggiatore proveniente “dalla Corsica”. Mi è venuto in mente quando i governi corso e sardo sbarcarono nel novembre 2016 a Maiorca su un aereo di Air Corsica. Devono aver pensato che i viaggiatori erano tutti corsi, che la Sardegna non esiste perché nessuna compagnia porta il suo nome, ne pubblicizza la presenza, ne instilla il desiderio e la nostalgia.

Triste parabola di una compagnia, dei suoi lavoratori e di una terra intera. Che si potrebbe cambiare, invertendo la rotta, smettendola come ha fatto Air Italy di imitare la fallimentare Alitalia e andare verso Air Malta e Air Corsica. Come altri dovremmo credere un po’ di più nella forza attrattiva della nostra diversità, nella ricchezza custodita dal “brand Sardegna”.

Is Mirrionis e i suoi commercianti: Emma

Intervista alla simpatica e spigliata Emma, il suo storico e frequentato negozio nel cuore di Is Mirrionis è una garanzia per i suoi abitanti: efficienza ma soprattutto cortesia e sorrisi, che di questi tempi non guasta. Le abbiamo chiesto del suo quartiere-città, come ci si vive e cosa desidererebbe per lei e per la sua famiglia. Convegno “Dieci, cento, mille centri. Sovvertiamo l’idea della periferia.” 12 giugno 2019 Cagliari

Dieci, cento, mille centri. Sovvertiamo l’idea della periferia.

L’associazione A innantis in collaborazione con la trattoria La balena organizza la TAVOLA ROTONDA
“Dieci, cento, mille centri. Sovvertiamo l’idea della periferia.”

Ricostruire le periferie non significa rifare semplicemente i marciapiedi, o pulire i muri delle case o degli immobili, per far sì che si somiglino al centro della città, significa soprattutto riattivare e ricucire le relazioni dei quartieri, al loro interno, fra di loro e con il resto della città. Perchè le periferie sono innanzitutto “Comunità” e parti della comunità.
Nei quartieri della nostra Cagliari vivono associazioni e gruppi informali che, spesso tra mille difficoltà, si prendono cura dei beni comuni. La loro azione si fonda sul protagonismo delle persone e sul valore dei legami e si ispira all’idea, necessaria e potente, di una società della cura.
Questo è ciò che manca nella nostra città di Cagliari?
Come possiamo ricucire le relazioni e creare delle “comunità” che siano a loro volta un altro centro della città?

Saluti della presidentessa dell’associazione
Cristiana Velluti

Parteciperanno:
Enrico Lobina, Circolo politico Me-Ti
Gianfranco Bitti, Circolo politico Me-Ti
Ilaria Lai, candidata di Cagliari città d’Europa
Franciscu Sedda, semiologo Università di Cagliari

Modera l’incontro: Ornella Demuru, associazione culturale “A innantis!”

Nuova Carta de Logu de sa Natzione o referendum ufficiale sulla Nazione sarda

 


Pro sa virtudi dess’amori … Carta de Logu 14 aprile 1392

Il dado è tratto, il tema della Nazione sarda è posto. E nessuno potrà ridurlo ad una serie di rivendicazioni parziali o settoriali. Ciò che le Primarias hanno messo in moto, riempiendo di contenuti ideali e strategici il vuoto della campagna elettorale in corso, è che ben al di là del Partito dei Sardi, ben al di là dell’indipendentismo, ben al di là dei numeri (comunque eccezionali) delle Primarias, c’è in Sardegna una crescente volontà di definirsi Natzione e di far discendere da questa affermazione di sé una nuova fase della nostra storia di popolo, del nostro modo di governarci e stare al mondo.

Oggi chiunque voglia confrontarsi col Partito dei Sardi deve farlo su questo terreno. E su questo terreno ci sono solo due possibilità: o si fa propria l’affermazione istituzionale della Nazione sarda come mandato di legislatura, chiedendo ai sardi una ratifica elettorale, o si deve assumere come impegno inviolabile quello di porre ufficialmente il quesito ai sardi all’inizio della nuova legislatura, creando un dibattito nazionale e una mobilitazione popolare mai visti prima in Sardegna.

Non ci sono altre alternative fra queste due forme di coraggio. O una nuova Carta de Logu de sa Natzione o un referendum ufficiale sulla Nazione sarda.

E non si pensi che la prima opzione vale per una coalizione indipendentista o a trazione indipendentista mentre la seconda vale per una coalizione a maggioranza autonomista. Oggi, tanto più dopo le Primarias, sono proprio i partiti che da troppo tempo aspettano fantomatici “salvatori d’oltremare” o l’aiuto di ancor più fantomatici “governi amici” ad aver bisogno di assumere il tema della Nazione sarda come impegno istituzionale forte per riguadagnare un minimo di legittimazione fra la grande massa dei sardi disillusi da troppe subordinazioni, da troppo tatticismo, da troppe ambizioni di carriera romana messe davanti ai diritti e agli interessi del popolo sardo. Dall’altro lato l’indipendentismo non deve scordare che nel cammino intrapreso negli ultimi venti anni la cosa più rivoluzionaria è stata la scelta nonviolenta, ovvero imparare a rispettare la volontà democratica dei sardi, anche quando questa a volte sembra porre un freno al nostro desiderio d’indipendenza: chiedere dunque ai sardi un mandato per un referendum ufficiale sulla Nazione sarda da inserire poi, in caso di vittoria, in una nuova Carta de Logu non sarebbe un segno di debolezza da parte di una coalizione indipendentista ma un ulteriore segno di forza, di fiducia in sé stessi e nei sardi. Dimostrazione che l’indipendentismo oggi cammina davvero con i sardi, rispettandone la volontà, nutrendo la crescita di consapevolezza del nostro popolo con dei grandi momenti di partecipazione collettiva. Proprio come le Primarias, che sono state un primo grande esperimento per dar corpo alla nostra coscienza di nazione e dar voce alla nostra volontà di avanzare con ancor più determinazione lungo il cammino della libertà.

A innantis!
Franciscu Sedda
Presidente Nazionale Partito dei Sardi