
“La località per il moderno stato nazionale è un sito dedicato alla nostalgia, a celebrazioni e commemorazioni funzionali al modello nazionale” (Arjun Appadurai, 1995).
Ieri sulla RAI ho visto la puntata di Linea Bianca dedicata alla Sardegna, e al Gennargentu in particolare. Bellissime immagini dei nostri paesaggi mozzafiato, storie di donne e uomini che fanno economia e società meritevoli di essere conosciute.
Il tutto però rivestito da una narrazione improntata al ritrovamento dell’autentico e del primigenio, forme “bizzarre” di un’italianità letteralmente sbandierata attraverso gli oggetti, prima ancora che le parole.
Apice simbolico di questa dinamica: l’apposizione del tricolore sulla cima di Punta La Marmora, come nella più classica spedizione alla conquista di cime esotiche. Perdas Crapìas – questo il nome in sardo prima che La Marmora “scoprisse” ciò che i sardi conoscevano da millenni – si è ribellata: i nuovi scopritori, per fortuna, sono stati recuperati in elicottero prima che la burrasca li travolgesse.
Insomma, la solita volontà di trovare un posto al “locale” dentro la “globalità” italiana, oppure di imporla amarolla ad un oggetto talmente recalcitrante che gli stessi conduttori non smettevano di renderne palese la diversità dicendo “questa terra è…” nello stesso modo con cui si descrive ad un amico in videochiamata l’altrove in cui si è andati in vacanza e si sta scoprendo ammaliati.
Di questa tensione contradditoria fra narcisismi vive il rapporto fra lo Stato (con i suoi media pronti a “fare la nazione”) e la località (con la sua diversità che si perpetua oscuramente): il locale si sente finalmente riconosciuto dal globale, forse persino magnificato per la sua capacità di aver conservato il tradizionale al punto da diventare avanguardia economico-ecologica, il globale sente la sua coscienza finalmente pulita per aver trovato un posto a quella diversità e averla messa a frutto per fortificare il suo modello nazionale.
Siamo un passo oltre il passaggio di Arjun Appadurai dedicato alle politiche della tradizione, del locale, della nostalgia per l’autentico che lo Stato ha storicamente messo in scena per addomesticare, per dare il contentino, ai diversi, alle minoranze interne nel tentativo di nazionalizzarli altrimenti, nella speranza che dimentichino di essere nazioni altre.
Un tempo queste trasmissioni nutrivano lo sguardo nostalgico del “come eravamo”, momento statalmente legittimato di celebrazione del passato che i locali stavano abbandonando. Ora nutrono il senso narcisistico del locale, che nello specchio offertogli dai media di stato si pensa laboratorio di buone pratiche future: il locale che con la sua diversità, misto di saperi antichi e innesti moderni, indica la via allo statal-nazionale.
Meccanismo paradossale, luogo di quella ambivalenza fondante dei rapporti di subalternità che gli studi culturali ci hanno aiutato ad apprezzare: difficile infatti dire fin dove la diversità fra lo Stato e il locale venga veramente addomesticata e fin dove invece venga riprodotta, sebbene in forma involontaria.
Certo, la narrazione non smette di tessere relazioni, una trama di connessioni e sconnessioni funzionali alla costruzione di un comune riconoscimento d’italianità.
Emblematico, in tal senso, il lungo passaggio dedicato al rapporto fra il Gennargentu e le Alpi, rafforzato dal montaggio e dalla comparazione fra i luoghi. Da qui l’idea del Gennargentu come “nonno delle Alpi”. Tentativo, partendo da un dato geologico bruto, di inserire il Gennargentu nella geografia dell’italianità. E al contempo modo per dimenticare che le Alpi non sono solo italiane.
Il che farebbe del Gennargentu più che un vecchio italiano, un nonno europeo….Dall’altro, davanti al racconto del disboscamento di questo “nonno” la connessione italica sparisce…guarda caso…lì si passa all’impersonale (“i boschi sono stati tagliati per fare traversine per le ferrovie”, recita più o meno il conduttore) ma non si capisce bene chi è li ha tagliati i boschi del Gennargentu e per fare quali ferrovie.
Il sardo distratto potrebbe persino pensar che siano stati i suoi antenati a disboscare per farsi le ferrovie. Se non fosse che se avesse un minimo di lucidità gli verrebbe da chiedersi: possibile che per fare le misere ferrovie che ci ritroviamo abbiamo dovuto tagliare tutti questi boschi?!
Insomma, lo Stato e le sue narrazioni si comportano così, anche in buona fede: se glielo si lascia fare sono capaci di “nazionalizzare” tutto dal loro punto di vista (e di snazionalizzare tutto dal nostro, evidentemente).
Già s’intravvede, ad esempio, un tentativo d’italianizzazione dei nuraghi, vuoi anche in vista del riconoscimento Unesco. Ma questa è un’altra storia, con altre ambivalenze, che merita di essere discussa a parte. Resta il fatto che si esiste solo attraverso i racconti. E se ci si fa raccontare dagli altri, se non ci si racconta da sé (e bene!) si rischia di esistere a metà. Quando va bene.
Franciscu Sedda




